Storie che curano

Storie che curano
Trovare le parole per scriverlo. Per narrare un episodio traumatico della propria vita. Per trasformarlo in un racconto. Si chiama Writing Tecnique, la tecnica di scrittura elaborata dallo psicologo americano James W. Pennebaker. L’ha applicata inizialmente con gli studenti del campus universitario. Per quattro giorni, 20 minuti al giorno, gli studenti hanno scritto dell’esperienza più traumatica della loro vita. Il risultato è stato un innalzamento di tutti i valori che riflettono l’efficienza del sistema immunitario. In altre parole: meno dottori, meno medicine e più salute tra gli studenti che hanno scritto rispetto a quelli che non hanno partecipato alla ricerca. Da quel momento la tecnica della scrittura è stata applicata con risultati ogni volta sorprendenti. Anche in Italia. “Uno degli ultimi lavori è stato condotto al Policlinico Umberto I di Roma con un gruppo di pazienti che doveva subire un intervento chirurgico”, spiega Luigi Solano, che insegna Psicosomatica alla Sapienza di Roma e ha dedicato a queste ricerche un libro (Scrivere per pensare, edito da Franco Angeli). “Chi ha fatto gli esercizi di scrittura ha ridotto la degenza a 3 giorni, contro i 4 e mezzo di chi non li ha fatti. In loro vi è stata una cicatrizzazione più rapida e un andamento migliore della condizioni psicofisiologiche”.
In Italia è stato condotto, in alcuni consultori, anche uno studio sulla gravidanza e il parto. Le donne che dal settimo al nono mese hanno scritto, hanno sofferto meno durante il parto, hanno tutte allattato al seno, sono ricorse al pediatra un numero inferiore di volte e in loro vi è stata una minore incidenza di depressione post partum, rispetto al gruppo che non ha scritto.
Perché la scrittura aiuta la malattia e il dolore? “Anzitutto perché, narrando un episodio traumatico, mettiamo in parole qualcosa che di parole ne ha avute poche”, spiega ancora Solano “Le memorie traumatiche possono infatti esistere nella mente e nel corpo in uno stato che è solo parzialmente verbale. Rimangono come un corpo estraneo, una sorta di nube tossica. Raccontare crea le connessioni che diluiscono questo corpo estraneo e permettono alla mente e alla rete neurale di assimilarlo. La scrittura, inoltre, mobilita la capacità di elaborare fatti ed emozioni, di riflettere su un evento e considerare altri punti di vista”.
Non tutti i tipi di scrittura hanno un effetto terapeutico. La scrittura che cura è quella narrativa, con una forte componente sensoriale. Scrivere di un evento traumatico descrivendone solo i fatti, oppure solo le emozioni, o solo le considerazioni, in modo staccato non sembra avere efficacia.
Le ricerche di avanguardia della psicofisiologia condotte dal laboratorio di Vezio Ruggieri (Univervità Sapienza di Roma) dimostrano infatti che la narrazione, come ogni attività, come ogni arte, è un’attività corporea in quanto ha a che fare con i sensi.
Sull’idea che la scrittura è un evento sensoriale, si muove anche la scuola di scrittura Rablè (www.rable.it). Non a caso come luogo di studio utilizza una sala di danza, i sentieri di montagna, oltre la tradizionale aula con il tavolo e le sedie. Rablè, non ha obiettivi terapeutici, ma insegna a narrare sviluppando le facoltà immaginative.
 
(tratto da Arte del Vivere Shiatsu Do – Rossella Denicolò)